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Agli ultra-ortodossi israeliani piace la guerra, ma non vogliono farla

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ROMA – Benjamin Netanyahu è sotto scacco, stretto nella morsa di una coalizione sempre più litigiosa e minacciato dallo spettro di elezioni anticipate. Oggi l’opposizione israeliana metterà ai voti una mozione per lo scioglimento della Knesset, il parlamento. Anche se un eventuale voto non manderebbe subito a casa il governo – il percorso parlamentare potrebbe trascinarsi per mesi – il solo fatto che la mozione sia sul tavolo racconta di un esecutivo in crisi profonda, logorato dalle sue stesse contraddizioni.Al centro della tempesta, ancora una volta, la spinosa questione dell’esenzione dal servizio militare obbligatorio per gli ultraortodossi, un’anomalia israeliana vecchia decenni, diventata politicamente esplosiva dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre e la guerra a Gaza. Ora l’alleanza tra i partiti religiosi (Shas e United Torah Judaism) e il Likud rischia di saltare: entrambi i partner minacciano di votare con l’opposizione se dovessero passare proposte per limitare le esenzioni. Lo racconta il New York Times.I numeri dicono che bastano 18 seggi – quelli dei due partiti ultraortodossi – per ribaltare la maggioranza di 68 su 120 di cui gode Netanyahu. E se davvero la defezione si concretizzasse, la mozione per lo scioglimento della Knesset avrebbe buone probabilità di passare, innescando un processo lungo ma potenzialmente letale per la tenuta del governo.Gli avversari del premier, pur favorevoli a una riforma sulla coscrizione, puntano dritti al bersaglio grosso: far cadere Netanyahu e riportare il Paese al voto. Un’occasione d’oro, dicono, per archiviare il governo più a destra e religiosamente conservatore della storia israeliana, in carica dal 2022 e teoricamente blindato fino all’autunno del 2026.
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