NAPOLI – “Ho iniziato a seguire Antonio e ho capito che la cosa che mi faceva impazzire di lui era questa straordinaria umanità di un uomo comune che ha fatto della sua passione la sua missione di vita. Mi piacerebbe che le persone guardando il film, come è successo a me seguendo Antonio, capissero che ognuno di noi può fare, nel suo piccolo, la propria parte come essere umano per cambiare o per provare, comunque, a incidere e ad aiutare gli altri esseri umani. Addirittura riuscendo a cambiare, nel caso di Antonio, dei destini e forse anche delle comunità intere, perché intorno ad Antonio, negli anni, si sono formate vere e proprie comunità, sia a Napoli che in Africa”. Lo spiega alla Dire Adriano Pantaleo, regista del docufilm “Il Coach dei 2 Mondi” che sarà presentato in anteprima mondiale, nella sezione dedicata allo sport, alla 56esima edizione del Giffoni Film Festival domenica 19 luglio.
UN DOCUFILM SU ANTONIO PETILLO, CHI È
La pellicola racconta la storia di Antonio Petillo. Il classe 1959 inizia il proprio percorso all’interno dell’Istituto Don Guanella di Miano, a Napoli, facendo del basket il linguaggio attraverso cui accompagnare centinaia di giovani nella crescita personale. Negli anni il suo talento lo porta fino ai massimi livelli della pallacanestro italiana ma, quando avrebbe potuto consolidare una carriera in Serie A, sceglie di rinunciare a quel percorso per restare fedele alla propria missione educativa, mettendo la sua esperienza al servizio dei ragazzi delle periferie di Napoli e, successivamente, di Kenya e Zambia dove da oltre dieci anni collabora con Amani for Africa, formando allenatori e accompagnando bambini e adolescenti in percorsi educativi. “Attraverso il basket – afferma Petillo – cerco di far capire ai ragazzi che cos’è la vita”.
UN UOMO COMUNE CON UN ‘CATTELAN’ IN SALOTTO
Questa storia, racconta Pantaleo, “arriva a me da Stefano Prestisimone, giornalista sportivo de Il Mattino. Io lo ascolto e capisco che ha del grandissimo potenziale. Su di me ha avuto un appeal particolare perché anche io sono originario della periferia nord di Napoli. Mi rendo conto però che non poteva essere una storia di finzione, perché dietro a questa storia straordinaria, in realtà, c’è un uomo comune. Sentivo che c’era qualcosa e quindi decido di incontrare Antonio: lo vedo la prima volta nel salottino di casa sua, al Parco Ice Snei a Miano, ci prendiamo un caffè e mentre parliamo io ero attratto da dei quadri che lui ha in salotto, bellissimi, grandi, tra cui riconosco, essendo appassionato d’arte, un Cattelan, però di quelli meno conosciuti. Alla mia domanda sulla scelta di acquistare quelle che davo per certo fossero riproduzioni, Antonio mi spiazza, rispondendo che si trattava di originali. Il suo racconto sul perché di quei quadri dice tantissimo di lui. Quando negli anni Settanta ha avuto il suo primo ingaggio da professionista andando ad allenare il Posillipo, il presidente della società gli fa firmare un contratto da 17 milioni di lire netti all’anno. Lui si sente un ladro, nella tipografia in cui lavorava ne guadagnava meno di un terzo. Antonio non sapeva come sdebitarsi con se stesso e allora inizia a sostenere, come faceva nel basket, giovanissimi artisti, tra cui anche Cattelan poco meno che trentenne, e compra questi quadri”.
Il film ripercorre il percorso umano e professionale di Petillo attraverso immagini d’archivio, fotografie, testimonianze e riprese. Ex giocatori, allenatori, amici e collaboratori restituiscono il ritratto di un educatore capace di incidere profondamente sul proprio territorio e sulle persone incontrate lungo il cammino.
DAI CAMPI DI SERIE ‘A’ ALLA PERIFERIA DI NAPOLI; FINO AI CAMPETTI AFRICANI
Pantaleo entra poi nel vivo del racconto: “Antonio è una serie di mondi che si intersecano. Nei cinque anni in cui abbiamo costruito questo docufilm insieme a lui ho attraversato mondi: dai parquet della Serie A – e quindi dello Scafati che lui ha portato per la prima volta in Serie A2 e dove abbiamo girato – ai campetti di periferia fino ai campetti africani che non esistevano neanche. La prima volta che Antonio arriva in Africa non c’era neanche il campo, l’ha costruito lui con le linee ed è andato da un fabbro lì e si è fatto costruire i canestri. Dal 2019 quando ho l’ho conosciuto, con poi la pandemia in mezzo che ci ha portato a riprendere il progetto nel 2021, sono stati cinque anni di alti e qualche basso: è un film totalmente autofinanziato, un progetto lungo che ci ha anche investito di un senso di responsabilità verso questo racconto”.
CHI HA CONTRIBUITO A REALIZZARE IL FILM
E infatti “Il Coach dei 2 Mondi”, frutto di una lavorazione tra Napoli, Kenya e Zambia, è realizzato senza contributi pubblici, è una produzione Terranera e Verteego, in associazione con Percettiva e in collaborazione con Giffoni Innovation Hub. Il documentario è prodotto da Andrea Bonelli, Francesco Di Leva e Adriano Pantaleo, con Alessia Calvani e Daniele Guarnera produttori associati. La realizzazione dell’opera è stata resa possibile grazie al supporto dell’olandese Stichting Astara, Salus, Banca Etica, Codime e IKS – Italian Kit Sport, con il patrocinio della Federazione Italiana Pallacanestro (Fip), del Comune di Napoli e della Fondazione Campania Welfare.
UN TRAINING CAMP PER CESTISTI ALL’ARENA GIFFONI
A Giffoni domenica ci sarà spazio non solo per la proiezione, ma anche per un evento speciale che vedrà assieme Pantaleo e il protagonista Antonio Petillo, l’allenatore che ha dedicato la propria vita a formare generazioni di ragazzi facendo del basket, per oltre quarant’anni, uno strumento di educazione, inclusione e cambiamento sociale. Dopo la proiezione del documentario e il talk con il pubblico, il coach guiderà un training camp dedicato ai giovani cestisti nell’Arena di Giffoni. E sul contesto del debutto il regista si dice “molto felice” perché, tiene a sottolineare, “è la vetrina più giusta per un film che sta a metà tra lo sport e il sociale”.
DIVERSI SET, DIVERSI LINGUAGGI, PIÙ STILI
Per raccontare ancora Petillo, Pantaleo sceglie di svelare la sua reazione quando è stato spettatore del film: “Secondo me non ha la percezione fino in fondo della straordinarietà di quello che fa, perché lo fa con totale normalità”.Entrando nel dettaglio del lavoro registico, “è stato molto divertente – ammette Pantaleo – perché anche lì questi mondi che si incontrano hanno fatto sì che venissero attraversati dallo stile con linguaggi totalmente diversi: dal documentario sportivo più classico fino a un documentario sporco fatto di repertori, ma anche un documentario super street quando abbiamo seguito i ragazzi nelle Vele di Scampia (ultimo lavoro cinematografico girato al loro interno prima delle demolizioni, ndr), nel Don Guanella, con la camera a spalla. Seguire Antonio ha dato vita a un film anch’esso unico come è unica la sua vita. Io ho cercato di essere fedele, di non mettere mai l’idea registica o stilistica davanti a quello che raccontavo. A parte i palazzetti dove le riprese erano più semplici, tutto il resto lo abbiamo fatto in contesti incredibili. Il giudizio spetta agli altri, ma io sono molto felice del risultato”.
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo https://www.dire.it


