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Cobain 30 anni dopo, le interviste che raccontano l’anti-mito

AttualitàCobain 30 anni dopo, le interviste che raccontano l'anti-mito

Minimum fax pubblica “Territorial Pissings”: nessun santino

Milano, 4 apr. (askanews) – Sono passati 30 anni dal suicidio di Kurt Cobain, un evento che in qualche modo segnò una prima fine del Secolo breve novecentesco, almeno per il mondo della cultura e dello spettacolo. Trent’anni che hanno visto cambiare profondamente la società e il costume, ma il mito dei Nirvana non ha smesso di alimentarsi. Per l’anniversario la casa editrice Minimum fax ha presentato il libro “Kurt Cobain – Territorial Pissings, l’ultima intervista e altre conversazioni”. A curarlo l’editor Dante Impieri.

“Io volevo evitare di dare l’immagine di Kurt Cobain angelo biondo, con gli occhi azzurri, malinconici, che alza lo sguardo della chitarra – ha detto Impieri ad askanews -. Un’immagine molto romantica, molto bella, senza dubbio, non lontana da una parte di ciò che era Kurt Cobain, ma volevamo che venisse fuori quello che io da ragazzino avevo letto nel suo diario illustrato, in cui lui, insomma, esce fuori un lato di lui, che era quello secondo me preponderante, ovvero del ribelle, del punk, che è cresciuto un po’ da solo, che è cresciuto un po’ arrangiandosi, ascoltando i dischi che aveva in casa, il suo amore da una parte per i Beatles, perché lui ascoltava tantissimo i Beatles, e dall’altra parte per il punk, il punk rock”.

In qualche modo l’idea era quella di evitare di fare del rocker un “santino”, per cercare di fare emergere anche i lati più oscuri della personalità di Cobain, dalla sua stessa voce. Ed è interessante soprattutto il fatto che il libro si muova su tutto l’arco di tempo della carriera dei Nirvana. “Troviamo il rapporto che la band indie, Subpop, dei Nirvana, ha con il pubblico, con le major, con la stampa nel 1989 – ha aggiunto l’editor -. Sono ragazzini scapestrati che sentono di poter dire qualunque cosa, che si scagliano contro il potere istituito delle grandi case discografiche e poi il dopo Nevermind. E quindi la fama, il successo, i soldi veri, il tour, i tour, insomma, i Nirvana che esplodono in tutto il mondo”.

Questa esplosione ovviamente esaspera molti elementi, mette Cobain e tutta la band di fronte al fatto di essere diventati quello che dicevano che loro non sarebbero mai stati, ossia protagonisti del grande business dello spettacolo. Con le camicie grunge e le t-shirt provocatorie, certo, ma sempre dal lato giusto degli affari. “Kurt Cobain – ha concluso Dante Impieri – nel suo diario scriveva che il Sistema va distrutto dall’interno, non dall’esterno, non dobbiamo essere gli outsider ma penetrare nel sistema e farlo marcire da lì. Era un ragazzino quando lo scriveva, ma io credo che questa idea non gli sia mai passata. Chiunque abbia letto qualunque cosa di Mark Fisher sa che invece il Sistema, ovvero il realismo capitalista, è quella cosa che ti dà l’illusione di poterlo distruggere dall’interno affinché tu deponga le armi”.

Forse anche per la difficoltà nel vivere in mezzo a questa contraddizione, forse anche per la consapevolezza di troppe implicazioni, Cobain alla fine ha deciso di non deporre la sua di arma.

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