ROMA – Il tumore ovarico resta una delle neoplasie ginecologiche più insidiose e difficili da diagnosticare precocemente. Secondo i dati clinici, la sua incidenza è in costante crescita da oltre 30 anni, con un aumento dei casi anche tra le giovani donne, in particolare nella fascia 20-24 anni.
A livello globale rappresenta circa il 3% di tutti i tumori femminili e in Italia si registrano ogni anno circa 5mila nuove diagnosi. Pur essendo meno frequente rispetto ai tumori della mammella e della cervice uterina, provoca proporzionalmente più decessi. Nelle donne sotto i 40 anni di età si concentra il 10-15% dei casi, con una maggiore presenza di tumori germinali, che se diagnosticati in fase precoce possono avere percentuali di sopravvivenza superiori all’80-90%.
Tra i fattori di rischio che stanno anticipando i casi figurano il posticipo della prima gravidanza e la riduzione del numero complessivo di gravidanze, le mutazioni genetiche BRCA1 e BRCA2, alcune sindromi come quella di Lynch, l’endometriosi, l’obesità e l’esposizione a interferenti endocrini e fattori ambientali.Non esiste ancora un test di screening efficace e i sintomi iniziali del tumore ovarico (gonfiore addominale, dolore pelvico, senso di sazietà precoce) sono spesso vaghi e sottovalutati.
Ma in questo contesto, la chirurgia laparoscopica e le tecniche mininvasive rappresentano un grande passo in avanti: permettono interventi più precisi, riducono il dolore post-operatorio, accelerano il recupero e, quando possibile, favoriscono la preservazione della fertilità, un aspetto cruciale per le pazienti giovani. Emblematico il recente caso trattato all’ospedale Sant’Andrea di Roma, dove una giovane donna è stata operata per una massa ovarica di 30 centimetri.
L’intervento, eseguito in laparoscopia dal ginecologo Aris Raad Besharat, è durato 40 minuti e ha consentito la dimissione dopo 24 ore. Oggi l’80% degli interventi al Sant’Andrea viene effettuato con tecniche mininvasive o robotiche, garantendo meno dolore e recuperi più rapidi, anche nelle pazienti più giovani. Per saperne di più la Dire ha intervistato il dottor Besharat, medico di origine greche, 40 anni, che ha scelto di restare in Italia dopo i suoi studi alla Sapienza.
– Dottor Besharat, la chirurgia laparoscopica è una tecnica sempre più utilizzata per il trattamento del tumore ovarico. Quali sono i principali vantaggi di questa metodica e in quali casi è comunque necessaria un’operazione più invasiva?
“I vantaggi della chirurgia laparoscopica rispetto alla chirurgia laparotomica sono molteplici. Abbiamo un minor trauma chirurgico con incisioni cutanee piccole, un recupero più rapido della paziente con degenza in ospedale più breve, minor dolore postoperatorio e un minor rischio di complicanze e trasfusioni.Ma attenzione, perché nel tumore ovarico, avendo come obiettivo principale della chirurgia l’assenza di malattia macroscopicamente visibile, l’approccio mininvasivo non sempre è indicato. Per esempio nel caso di tumori ovarici con un sospetto alto di malignità, oppure di tumori con una parte solida grande, oppure in uno stadio avanzato di malattia è preferibile ancora ad oggi l’approccio laparotomico più invasivo, per far sì che si asporti tutta la malattia macroscopicamente visibile”.
– Negli ultimi anni si sta assistendo ad un abbassamento dell’età delle pazienti affette da tumore ovarico. Secondo la sua esperienza, quali potrebbero essere i fattori alla base di questa tendenza?
“È possibile che l’evoluzione diagnostica negli ultimi anni abbia portato a molti più casi diagnosticati in donne sotto i 40 anni di età. Attualmente siamo molto più attenti a identificare la predisposizione genetica con le mutazioni BRCA1 e BRCA2, come anche sindromi genetiche come la Sindrome di Lynch.Inoltre siamo ancora più attenti alla diagnosi di patologie come l’endometriosi, che è stata correlata in alcuni casi con alcuni tipi di tumore ovarico. Fattori che potrebbero essere alla base di questa tendenza sono il posticipo della prima gravidanza, la riduzione del numero di gravidanze, l’obesità, gli interferenti endocrini e l’esposizione ambientale. Purtroppo per il tumore ovarico ad oggi non esiste un test di screening valido. Ci sono tanti studi su approcci diagnostici diversi come la biopsia liquida ma ad oggi non abbiamo dati concreti per quanto riguarda il tumore ovarico. Quello che noi dobbiamo trasmettere a tutte le pazienti è che almeno una volta all’anno un controllo ginecologico con una ecografia transvaginale va effettuato e i cambianti del corpo della donna vanno sempre indagati”.
– Lei, intanto, ha scelto di restare in Italia nonostante le opportunità di lavoro ricevute all’estero. Cosa rende il Servizio sanitario italiano così valido e quali aspetti potrebbero essere migliorati?
“Il servizio sanitario italiano offre un alto livello di assistenza con accesso alle cure garantito a tutti, che è la massima espressione del diritto alla salute. Le eccellenze non mancano e non hanno nulla da invidiare all’estero. Nella mia scelta di restare hanno contato le persone incontrate lungo il percorso: dal prof. Marco Bonito, che mi ha dato la prima vera opportunità, alla prof.ssa Donatella Caserta, conosciuta cinque anni fa al Sant’Andrea. La prof.ssa Caserta ha puntato su innovazione tecnologica e valorizzazione delle competenze del reparto, portando la chirurgia mininvasiva, laparoscopica o robotica, a quasi l’80% degli interventi maggiori. Servono progetti chiari e lungimiranti per attrarre professionisti, rafforzare le eccellenze sul territorio e creare spazi concreti di crescita per i giovani medici, così da mantenere competitivo il sistema sanitario e ottima la qualità della sanità italiana”.
– Molti giovani medici italiani oggi cercano esperienze all’estero. Cosa consiglia a chi si sta formando in medicina in Italia?
“Il confronto con l’estero è un’opportunità di crescita, non perché l’Italia non formi bene, ma perché oggi la carriera medica ha una dimensione internazionale. Esperienze fuori dai confini nazionali ampliano la mentalità clinica, fanno conoscere modelli organizzativi diversi e aiutano a costruire reti professionali. Ai giovani in formazione il consiglio è di puntare sempre alla massima qualità, costruendo nei primi anni solide basi teoriche e pratiche, anche a costo di sacrifici. Dopo aver consolidato le competenze di base, è utile scegliere centri di eccellenza per sviluppare specializzazioni mirate. In Italia le sfide non mancano: retribuzioni meno competitive, contratti precari, scarsa autonomia iniziale, pressione clinica, burocrazia e contenzioso medico-legale. Serve un sistema più meritocratico, fondato su valutazioni oggettive e valorizzazione delle competenze. È necessario ridurre la burocrazia, sfruttare la tecnologia e limitare la medicina difensiva, garantendo norme chiare e tutele equilibrate per consentire ai medici di lavorare con serenità”.
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