sabato, Gennaio 28, 2023

Una Biennale Arte da ricordare, calata nello spirito del tempo

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Si chiude con la più alta affluenza di pubblico di sempre

Milano, 27 nov. (askanews) – “Il latte dei sogni”, la Biennale Arte diretta da Cecilia Alemani, è stata ufficialmente un successo di pubblico: oltre 800mila biglietti venduti, a cui vanno aggiunte le 22.500 presenze della pre apertura. Numeri in crescita del 35% rispetto al 2019, ultima edizione pre pandemia, a fronte anche di 24 giorni di apertura in più quest’anno. Si tratta perciò della della più alta affluenza di pubblico nei 127 anni di storia della Biennale di Venezia.

Il successo di questa Biennale, attesa per tre anni e comunque preparata in un mondo ancora segnato da restrizioni e difficoltà legate al tempo trans-pandemico, è stato anche un successo di contenuti e scelte di posizionamento. La mostra internazionale di Cecilia Alemani ha saputo dare una risposta brillante alle istanze del presente, puntando molto sulle donne, su un’idea di arte in grado di abbracciare pratiche molto diverse, su una intelligente commistione di intimo e grandioso, di spettacolare e di ricercato. E nello spazio intellettuale che, per esempio, si stende tra la stanza di Simone Leigh (premiata con il Leone d’oro per la Mostra internazionale) all’Arsenale e quella di Paula Rego nel Padiglione centrale, fino ad arrivare ai lavori di Giulia Cenci o Sara Enrico, c’è il senso di una consapevolezza del tempo e delle possibilità di racconto dell’arte, come fenomeno legato direttamente alla nostra vita.

Questa Biennale poi è destinata a farsi ricordare anche per il Padiglione Italia di Eugenio Viola e Gian Maria Tosatti, per la prima volta artista unico a rappresentare il nostro Paese. Senza alcuna pretesa di dare un’immagine del movimento nazionale, quindi, si è finalmente potuto dare respiro alla narrazione, lasciare che i lavori occupassero l’intero orizzonte, fisico ed emotivo. Con il risultato di un progetto memorabile, affollato fino agli ultimi giorni e destinato a lasciare il segno.

Tra le altre partecipazioni nazionali, tutte molto legate allo spirito curatoriale di Cecilia Alemani, ci piace ricordare quella del Belgio, con il lavoro di Francis Alys dedicato ai giochi dei bambini in tutto il mondo e, di conseguenza, anche al tema degli “altri”. Una serie di video che, grazie anche all’allestimento, ci hanno restituito un senso profondo della ricerca contemporanea, attraverso uno dei suoi più rilevanti interpreti. Apprezzatissimo poi pure il progetto di Arcangelo Sassolino per il padiglione di Malta: la sua pioggia di fuoco è una delle immagini di questa Biennale che più resteranno.

Insomma, quella che si chiude è un’edizione della Biennale Arte che ha saputo stare molto bene nello spirito del tempo, grazie anche alla scelta di Alemani di guardare con intelligenza al passato, alle sue avanguardie e alla lezione surrealista in chiave femminile. Un’edizione politicamente corretta in tante scelte, come per esempio il premio al Padiglione della Gran Bretagna, ma che di questa correttezza ha saputo fare un punto di forza e non un limite, in un certo senso un’arma per smascherare una serie di narrazioni consolidate a cui è indispensabile offrire strade realmente alternative. Importante, in questo senso, anche il Leone d’Argento ad Ali Cherry, artista libanese sempre più al centro della scena contemporanea. E se la correttezza ci porta, come accade qui, su terreni nuovi e, soprattutto, di fonte a nuove complessità, allora si può dire che il risultato è stato raggiunto. Perché questo è ciò che una istituzione come la Biennale di Venezia può e deve fare, con la consapevolezza del proprio ruolo complesso e plurale.

(Leonardo Merlini)

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